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Sulle alberature urbane ed extraurbane per opporsi all’inquinamento atmosferico ed acustico

Dott. Sebastiano Ricci, già Responsabile del Corpo Forestale dello Stato per l’Emilia Romagna D - 2070

Indice

Premesse

Ricerche

Politica energetica

Sull’inquinamento da idrocarburi: le alternative.

Rapporti vegetazione inquinamento

Impianto alberature e prevenzione incendi boschivi

Bibliografia

Elenco non esaustivo per

 

Premesse

 

Il problema del “verde” è di grande attualità e pone giornalmente di fronte agli occhi di noi tutti la necessità di attuare strategie volte a recuperare  e conservare l’equilibrio dell’ambiente. Questo anche in vista di un miglioramento delle qualità di vita nelle nostre città, oggi sempre più coinvolte in uno sviluppo impensabile dell’uso di motori a scoppio e di combustioni varie.

L’inquinamento atmosferico durante tutta la civiltà contadina è stato molto contenuto. Esso era praticamente conseguente alla respirazione degli organismi viventi ed agli incendi. L’Uomo cercò sempre di avvalersi delle forze naturali, l’energia idrica ed eolica, per ottenere un valido supporto al lavoro fornito dagli animali. Successivamente, con l’invenzione della macchina a vapore (1828) e dei motori a scoppio (1877 e 1892 Diesel), si diede inizio alla combustione degli idrocarburi (gassosi, liquidi e solidi), incrementata poi dell’uso dei bruciatori quali fonte di energia termica e/o elettrica per usi indonossido di carbonio, ossido di azoto, che a contatto con l’ossigeno dell’aria si trasforma in biossido di azoto, e da ioni di metalli pesanti quali: piombo, rame, ferro, manganese, zinco, cadmio, mercurio, ecc. Inoltre si immettono nell’atmosfera polveri di silice sollevate dalla strada dai vortici d’aria mossi dal passaggio dei vettori gommati.

 

Ricerche

Vari Autori hanno studiato l’inquinamento atmosferico da combustione di idrocarburi esaminando foglie di alberature urbane. Le conclusioni degli studi concordano sul fatto che le foglie raccolte dalle alberature in fregio alle strade di grande traffico contengono, statisticamente, una maggiore quantità di piombo rispetto alle foglie prelevate da ambienti naturali e anche da parchi cittadini.

William H. Smith (1972) ha studiato la concentrazione da piombo e mercurio nella città di New Hawen nel Connecticut (USA) esaminando i rametti con le foglie di: Quercus palustris, Acer saccharum, A.platanoides, Tsuga canadensis, Taxus e Picea Abies. Per quanto attiene al mercurio è stata notata una presenza lievemente superiore nelle piante radicate in città rispetto a quelle di confronto provenienti da ambienti naturali.

L.M. Hernandez e collaboratori, dall’ 01/02/85 al 31/01/86 hanno cercato la presenza di piombo e cadmio a Madrid esaminando le foglie di oleandro (Nerium oleander). Hanno notato che la concentrazione di cadmio è tanto bassa da non poter rilevare eventuali variazioni.

Nicolas D. Kim (dip. di chimica, Università di Waikato) e Jack E. Ferguson (dip.di chimica, Università di Canterbury (Nuova Zelanda) (1994) hanno rilevato che l’inquinamento da cadmio, rame, piombo e zinco decresce con lo sviluppo fogliare per cui si ipotizza che i due metalli provengano dal suolo. Lo zinco potrebbe anche derivare dalla galvanizzazione dei tetti in ferro comuni in Nuova Zelanda. Per il cadmio non c’è  una chiara indicazione.

A. Alfano e collaboratori (1996) hanno studiato la concentrazione di piombo, rame, ferro e manganese esaminando le foglie di leccio (Quercus ilex) a Napoli. Per il manganese le differenze fra le foglie raccolte in fregio alle strade con traffico e quelle provenienti dai parchi cittadini sono risultate insignificanti, pertanto il manganese non può essere considerato intossicante a Napoli. Al contrario piombo, rame e ferro sono risultati inquinanti. Le ricerche sulla contaminazione dei suoli sono sconsigliabili per i minerali molto mobili e per quelli normalmente presenti in percentuali elevate in quanto questi valori possono nascondere gli accumuli di provenienza esterna.

L’amministrazione Comunale di Parma, Agenzia Ambiente, oggi Assessorato, di concerto con l’ARPA, il Servizio di Igiene Pubblica e la Tep, Azienda consortile di trasporti, conduce da anni il monitoraggio degli inquinamenti atmosferici ed ha pubblicato uno studio “Valutazioni preliminari della qualità dell’aria, 1999” per programmare, sulla base delle ricerche, gli interventi volti a contenere gli inquinamenti.

I miglioramenti del parco macchine (rottamazione e Bollino Blu, nel 1997 sono stati controllati più di 70.000 veicoli) hanno portato ad una modesta ma pur sempre apprezzabile riduzione di benzene e di biossido di azoto. Intanto l’isola pedonale viene modificata per eliminare, o ridurre, il traffico nei punti critici. Si cerca poi di ottimizzare la circolazione mediante il riordino stradale e quello dei flussi dei mezzi gommati anche per evitare l’inquinamento causato dal peggior funzionamento dei motori a basso regime. Le giornate di chiusura al traffico cittadino nel 1995 non hanno migliorato l’atmosfera e sono state molto impegnative per l’Amministrazione. La metanizzazione ormai totale nelle aree urbane ha ridotto la concentrazione di biossido di zolfo, indicatore dell’inquinamento da riscaldamento, da un decimo a un ventesimo dei valori di attenzione fissati dalla legge. Il Comune intende attivare con la società Amps (acqua, elettricità e gas) un piano energetico per diminuire l’inquinamento da sorgenti fisse anche con la riduzione dei consumi. Tuttavia si osserva che dall’esame dei dati raccolti emerge che la situazione a Parma se pur non allarmante, non è scevra da punti critici. Una nuova ricerca riguardante l’esame delle micropolveri disperse nell’aria coi fumi di scarico ha evidenziato la presenza della frazione respirabile delle polveri sospese o particolato: PM IO (=frazione inferiore a 10 microm). La normativa italiana definisce un valore medio annuale di 40 microgrammi/m3 come obiettivo da raggiungere e mantenere a partire dal 1° gennaio 1999.

Occorre perciò proseguire i rilevamenti data la pericolosità che dette polveri sospese rappresentano in associazione con il biossido di zolfo.

 

Politica energetica

 

L’on.le Alessandro Duce in un articolo “Petrolio: i segreti dentro il barile” (Gazzetta di Parma, 5/10/2000), commentando la politica energetica italiana, precisa che il 70% del prezzo della benzina è dovuto al carico fiscale, conseguentemente il costo dei carburanti, troppo elevato, aumenta la bolletta dell’energia delle famiglie, pregiudica lo sviluppo economico e crea il pericolo inflazionistico. Informa che molti Paesi europei hanno ridotto la dipendenza dagli idrocarburi per produrre energia elettrica passando al nucleare, al carbone, all’energia idraulica.

La Francia dal 45% è scesa all’1,5%; la Germania dal 25% è passata al 2% e il Belgio dal 78% è diminuito al 15%, mentre l’Italia è andata contro corrente e dal 60% è salita al 75%. Denuncia così la mancanza di una seria politica energetica nazionale, l’ostilità nei confronti del nucleare, del carbone e auspica la costruzione di centrali ad idrogeno secondo le recenti proposte dell’ENEA. Premesso che in Germania circolano già auto con motori ad idrogeno conclude: “L’Italia deve accelerare la sostituzione della super con la benzina verde, l’uso del gasolio bianco ed aprire la strada a fonti alternative possibili meno inquinanti come l’idrogeno”.

 

Sull’inquinamento da idrocarburi: le alternative.

 

L’impegno del petrolio determina un inquinamento atmosferico la cui entità è in funzione del grado di depurazione dei suoi derivati. Anche il carbon fossile è pericoloso in particolare quando contiene zolfo; mentre per il metano, idrocarburo leggero, i rischi sono minori. In ogni caso lo sfruttamento degli idrocarburi determina sempre il rilascio di anidride carbonica gas, tossico che provoca l’effetto serra. Ne consegue la necessità di depurare all’origine, per quanto possibile, detti carburanti o di trovare soluzioni alternative.

Intanto l’U.E. vietando l’uso della benzina super dalla fine del 2001 elimina la presenza del piombo dai gas di scarico delle auto.

Anche l’uso del gasolio bianco dovrebbe ridurre l’emissione del particellato che, invece, col gasolio comune supera da venti a trenta volte la quantità prodotta dalle benzine.

Su Quattroruote (ottobre 2000, pag.223) A. Alberti riferisce di una esperienza condotta dalla rivista Ruoteclassiche. Una Citroën ID 19, del 1996, ha percorso 2200 Km utilizzando benzina verde con una resa di 10,6km/litro, praticamente senza inconvenienti. Precisa poi che in Francia la vendita della super è cessata dal gennaio 2000. Purtroppo per i carburatori delle vecchie FIAT occorrono costose modifiche.

Nel quotidiano “Il Giornale” del 17/10/2000 (pag. 41) E. Benzing da notizia che la BMW ha iniziato la produzione di una piccola serie di auto con motore ad idrogeno che rilascia solo vapore acqueo. Il motore è bivalente per superare le carenze distributive dell’idrogeno e può utilizzare benzina desolfata ed alcool. La BMW assicura che entro 5 anni tutte le sue filiali avranno il rifornimento ad idrogeno, il quale costa L. 1089 al litro. Per il suo potere calorifico inferiore di 3,4 volte a quello della benzina, la parità di resa sale a L. 3.700 il litro. Quindi, per incentivare il progresso, i Governi non debbono tassare l’idrogeno e attuare una proposta Shell. Con l’uno per cento della “tassa verde” tedesca si potrebbero costruire 100 stazioni di servizio a idrogeno l’anno incentivando la nuova auto ad inquinamento zero.

Sempre da “Il Giornale” del 9/11/2000, pag. 16, una novità: energia elettrica pulita da nuove turbine denominate “chirali” da installare sul fondo dello stretto di Messina sfruttando le correnti marine in analogia alla centrale elettrica da 15.000 megawat in costruzione sul Fiume Azzurro. Le pale dell’elica (ing. P. Scarpa) hanno la forma simile ad una clava, il principio fisico sfruttato è il doppio effetto MAGNUS derivante dalla doppia rotazione sia delle pale su se stesse che di tutta l’elica.

Il progetto pilota – elaborato dal dipartimento di meccanica, energia ed informatica dell’Università della Calabria – è all’esame degli organi dello Stato e delle industrie del settore energetico. Tali turbine hanno già dimostrato la loro potenzialità con alcuni esperimenti di generatori eolici consentendo rendimenti fino a venti volte superiori ai generatori tradizionali con vento decisamente debole, da 3 a 6 metri al secondo. Considerato che i costi medi di produzione (L. 20,6 su 25 anni) sono circa un terzo dei migliori costi ottenuti in Danimarca, Canada, Australia e Svezia, non si può pensare d’impiantare altre turbine nello stretto e progettarne ancora per il Po ed altri fiumi?

Un’altra realizzazione: a Ferrara è in funzione il teleriscaldamento: parte della città è servita da acqua riscaldata da una centrale a metano, l’altra parte, invece, utilizza acqua calda attinta, con pozzi geotermici, a circa 1000 metri di profondità. L’acqua, esaurita la sua capacità termica, viene reimmessa nel sottosuolo per prevenire fenomeni di subsidenza. Il bilancio energetico fra il consumo del carburante, per scaldare acqua col metano, e quello per prelevarla calda dal sottosuolo e reimmettervela, dopo aver sfruttato il suo calore, fa ritenere che quest’ultimo sistema consumi meno carburante. Quindi è meno inquinante. Certamente ciò è vero quando l’energia elettrica, per far girare le pompe, sia prodotta con turbine mosse dalle correnti marine o dei fiumi. Gl’impianti ferraresi sono gestiti dalla società locale Agea.

Se praticabili, queste soluzioni potrebbero ridurre o azzerare l’inquinamento degli impianti fissi, la maggiore fonte di pericolo.

 

Rapporti vegetazione inquinamento

 

Nella speranza che le proposte illustrate siano realizzate quanto prima sarà bene intanto operare per contenere l’inquinamento da gas e dalla porzione respirabile delle polveri sospese. Ora gli Autori delle ricerche ricordate hanno usato foglie prelevate dalle alberature già presenti in città e su queste foglie hanno accertato l’esistenza di inquinanti sia su piante di conifere che di lafifoglie, a foglia caduca o sempreverde. Dalla fisiologia vegetale sappiamo che la fotosintesi è attiva nei tessuti verdi della pianta per tutto l’anno e nel periodo vegetativo, giugno settembre, raggiunge l’intensità massima. Inoltre gli ioni dei metalli pensanti depositatesi sulle foglie possono essere assorbiti da queste secondo un meccanismo simile a quello delle cellule radicali. Gli ioni dei metalli pesanti che, invece, raggiungono il suolo, attraverso la linfa grezza e la fotosintesi, possono essere, in tutto o in parte, assimilati dalle piante. Poi le specie arboree assorbono l’anidride carbonica dall’atmosfera, depurandola e rilasciando ossigeno, per produrre legname in ragione di circa 820 m3 di CO2 per m3 di legno accumulato. Trattasi di contenimenti “attivi”, intracellulari o molecolari, promossi dalla fotosintesi mentre lo schermo fisico costituito dalle foglie svolge un contenimento “passivo”. Un terzo tipo di depurazione si ha attraverso i licheni azotofissatori, presenti nelle piante, che fissano l’azoto presente nell’aria. Al termine del loro ciclo vitale, o per altro motivo, detti licheni cadono sul terreno e vengono riciclati dai detritivori, per cui l’azoto viene assorbito dalle piante e ne determina lo sviluppo vegetativo. E’ un’interazione: piante-licheni azotofissatori-atmosfera che regola il tasso di azoto nell’aria e nel suolo.

 

Impianto alberature e prevenzione incendi boschivi

 

Quindi le conifere e le latifoglie sempreverdi compiono un accumulo “attivo e passivo” degli inquinanti per tutto l’anno e sono perciò da preferirsi alle specie caducifoglie. Altri caratteri da tenere presenti riguardano l’aspetto delle chiome: vanno utilizzate le specie con chiome compatte, piramidali, mentre le foglie possibilmente debbono essere larghe, rugose, come quelle dell’oleandro. Anche se le piante dimostrano una buone plasticità è bene che l’impiego preveda la scelta di specie adatte all’ambiente in cui esse andranno poste. Perciò è opportuna la progettazione da parte di dottori forestali anche per evitare le mono-colture e individuare le specie più efficienti rispetto agli inquinamenti. Per dare un’indicazione si può ricordare che tasso, cipresso e thuya costituiscono un efficace filtro nei confronti dell’anidride solforosa, mentre la Chamaecyparis pisilifera è adatta per i floruri.

Ora è noto che nel microclima cittadino si ha una concentrazione del biossido di carbonio che porta all’effetto serra o cappa di calore; così nei centri urbani la temperatura è in genere superiore di 0,5° - 1,5° C a quella della campagna circostante. Il “verde” può ridurre l’entità di questo inquinamento esercitando una funzione mitigatrice nei riguardi del clima col produrre legname. Le piante attraverso la traspirazione emettono durante l’estate vapore assorbendo calore. Tali effetti sono stati ottenuti, ad esempio, a Francoforte, mediante la creazione di una serie di fasce alberate concentriche.

Premesso che i gas di scarico delle auto sono emessi a circa 30 cm dal piano stradale, le cortine verdi debbono avere la base della chioma adiacente al piano stradale formando un muro senza soluzione di continuità in senso verticale ed orizzontale rispetto al suolo. Pertanto nei viali già alberati occorrerà inserire fra la chioma ed il terreno una siepe di 2-3 metri di altezza, ed oltre, per filtrare l’aria che proviene dalla strada. Per le nuove alberature si dovranno utilizzare piante con la chioma immediatamente al di sopra  delle radici.

 Queste strutture verdi provvederanno efficacemente anche ad attutire l’inquinamento acustico.

Le quinte verdi vanno collocate in fregio alle vie cittadine con traffico intenso, lungo i viali di scorrimento, le circonvallazioni e le autostrade soprattutto nei pressi dei centri abitati.

In una parola le città oltre a tutti gli altri servizi, hanno bisogno del verde, necessario alla loro dinamica, quindi è tempo di costituire boschi urbani, o meglio fasce boscate concentriche, organicamente inserite nei tessuti cittadini. Trattasi di strutture ormai indispensabili che, oltre alle funzioni citate, sono pure un valido aiuto al riequilibrio psichico e fisico dei cittadini ricreando il loro ambiente atavico.

Si deve inoltre considerare che l’Italia è ricca di montagne e, a differenza di quanto avviene nelle estese pianure del Nord Europa dove i venti spaziano, nelle nostre vallate l’aria ristagna come dimostrano le frequenti e persistenti nebbie. Perciò quando il fön scende a sud deve trovare sulle Alpi e gli Appennini tanta aria depurata dalle foreste con la quale rimuove l’atmosfera inquinata delle nostre pianure e città.

Occorrono, quindi, foreste efficienti come le conferenze internazionali da Helsinki (1993) in poi, in ossequio al dettato di Rio de Janerio “ambiente e sviluppo” (1992) propongono ai Governi con la gestione sostenibile delle foreste.

Questa necessità è stata, purtroppo, ancora una volta drammaticamente evidenziata dalle alluvioni che nei mesi di ottobre e novembre hanno interessato il bacino del Po e l’Italia centro settentrionale. Per il riassetto idrogeologico dei bacini imbriferi italiani occorre anche che gli ecosistemi degradati e fragili dei boschi cedui tornino ad essere efficienti restaurandovi le foreste perché anch’esse agiscono sul ciclo dell’acqua.

Il dirado selettivo per restaurare l’alto fusto nei cedui è stato inserito, su iniziativa rotariana, nel progetto predisposto dall’ENEA per adempiere al trattato di Kyoto (1997) sugli equilibri climatici e sottoscritto dal nostro Governo. Il progetto è stato approvato col “Patto per l’Energia e l’Ambiente” dai ministeri dell’Ambiente dell’Industria e della ricerca Scientifica (gli stessi che hanno incaricato l’ENEA di elaborare il progetto) riuniti in conferenza nel novembre 1998. I lavoro interessano 2milioni di ettari di cedui sui 3 stimati atti ai restauri delle foreste. Per il terzo milione le Regioni potranno utilizzare i finanziamenti di “Agenda 2000” di prossima promulgazione da parte dell’U.E.. Ciò darà pure un impulso all’occupazione, ordinaria e professionale, in montagna. Il Governo, però, non ha ancora disposto nessun finanziamento nonostante che le direttive di Kyoto debbano essere attive entro il 2012.

Un’altra preoccupazione è la facilità dello scoppio dei fuochi radenti terra negli incolti adiacenti alle autostrade, superstrade ecc.., dal finire dell’estate all’autunno inoltrato. Il fenomeno è complesso ed è dovuto alle erbe annuali che, concluso il loro ciclo vitale, seccano mentre il clima si fa temperato – fresco e le intermittenti piogge non riescono a mantenere umide le stoppie degli incolti le quali possono bruciare agevolmente. Si è del parere che, invece delle erbe annuali, una fascia di piante sempreverdi perenni, esempio l’edera, larga qualche metro, posta sulla scarpata a monte delle autostrade possa essere utile a prevenire lo scoppio dei fuochi radenti terra. La biocenosi dell’edera è più efficiente di quella delle erbe annuali. Intanto il lento rinnovo delle foglie evita l’accumulo di sostanza secca, facilmente incendiabile, in precisi momenti dell’anno e la continuità della copertura del suolo ne conserva l’umidità. In questo modo la massa vegetale, con i sui flussi di linfa, concorre a creare un ambiente ostico ai fuochi radenti terra nel tempo prevenendo così lo scoppio di detti fuochi. Sulle scarpate, poi, il tessuto vegetale previene l’erosione idrica del terreno. Le spese d’impianto si valutano modeste come quelle manutentorie limitate a saltuarie potature per contenere nella fascia le piante mentre i vantaggi ecologico – paesaggistici dovrebbero essere più che apprezzabili. Sarebbe, perciò, opportuno realizzare almeno una prova per controllare la validità del progetto teorico.

Per tutte queste ragioni anche le aree all’interno dei nodi autostradali andrebbero sistemate con arbusti sempreverdi poliannuali eventualmente integrate da qualche ciuffo di piante, anche di piccole dimensioni, per ripristinare un ambiente naturale e accumulare inquinanti. Inoltre occorre non trascurare che il verde costituisce, insieme all’edificato urbano ed extraurbano, un indicatore del livello socio-culturale di una società che dimostra sensibilità e capacità di legare armonicamente i nuovi necessari manufatti all’ambiente naturale in cui sono posti.

 

Bibliografia

 

·      Alfani A., G. Bartoli, F.A. Rutigliano, G. Misto and A. Virzo De Santo        

Trace Metal Biomonitoring in the Soil and the Leaves of Quecus Ilex in the Urban Area of Naples

Biological Trace Element Research

Vol 51, 1996

 

·      Hernandez L.M.

Environmental Contamination by Lead and Cadmium in Plants from Urban Area of Madrid, Spain

Springer-Verlag New York Inc. 1987

 

·      Kim N.D. & Fergusson J.E.

Seasonal variation in the concentrations of cadmium, copper, lead and zinc in leaves of the horse chestnut (Asculapus hippocastanum)

Elsevier Sience Limited

Printed in Great Britain, 1994

 

·      Smith W.H.

Lead an Mercury Burden of Urban Woody Plants

Science, vol. 176 – 16 June 1972

 

·      Alberti A.

Quattroruote

Ottobre 2000 – Pag. 223

 

·      Bebzing E.

Bmw, è l’idrogeno l’alternativa su cui puntare

Il Giornale, 17 Ottobre 2000

 

·      Alfieri D.

Elettricità dalle onde dello Stretto

Il Giornale, 9 novembre 2000

 

·      Duce A.

Petrolio, i segreti dentro il barile

Gazzetta di Parma, 5 ottobre 2000

 

·      Ricci S.

Una nuova politica forestale per il restauro delle foreste nei boschi cedui: ambiente e occupazione

 


Elenco non esaustivo per:

 

·      Alberature:

Abete bianco/Abies alba

Abete rosso/Picea excelsa

Cipresso/Cupressus sempervirens

Tuia/Thuya occidentalis, T. Orientalis

Camaeciparis/Chamaecyparis pisilifera

Ginepro/Juniperus sabina

Tsuga canadensis

Tasso/Taxus baccata

Leccio/Quercus ilex

Leiandi (ThuyaXCedro)

 

·      Siepi:

I lauri

I ligustri

Cistus salvifolius

Oleandro/Nerium oleander

Pittosphoro Tobira

 

·      Fasce anticendio:

Edera/Hedera elixustriali e civili. Detti impianti sono dotati di camini piuttosto alti, forniti, a loro volta, di filtri di depurazione dei fumi come disposto da leggi specifiche.

Con la combustione degli idrocarburi si producono fumi contenenti: tracce di carbonio solido incombusto, anidride carbonica, benzene, biossido di zolfo, m

 

Parma, 24-11-2000

 

Il mare non ha confini: occorre rafforzare la sorveglianza e intensificare la lotta contro tutti i tipi di inquinamento

Mario Marogna  -  D.2080

 

Importante e qualificante contributo alla "settimana per l'educazione ambientale", in corso a Porto Torres, è stata  l'interessante conferenza tenuta  dal Prof. Giancarlo Nicola per iniziativa del locale Rotary Club presieduto dal dott. Piero Pintore.

L'illustre ospite, P.D.G. del Rotary International  e presidente dell'Associazione Europea Rotary per l'Ambiente (A.E.R.A.), ha illustrato, alla presenza del Sindaco di Porto Torres Eugenio Cossu, di  autorità, imprenditori locali e di numerosi ospiti, le molteplici possibilità di collaborazione che possono essere avviate fra l'AERA, l'Ente Locale e il Parco Nazionale dell'Asinara.

Dopo aver presentato diverse attività svolte dalla AERA in tutta Italia, si è soffermato sulla operazione "Pelagos" dal cui progetto è nato il Parco Internazionale Marino ("Santuario dei Cetacei") che, come è noto, nei mesi scorsi con la firma di Dominique Voynet, Ministro dell'Ambiente della Repubblica Francese, di Bernard Fautrier, Ministro plenipotenziario del Principato di Monaco e di Edo Ronchi, Ministro dell'Ambiente della Repubblica Italiana è stato ampliato fino a comprendere circa 100.000 chilometri quadrati di mare.

Il Parco avrà la forma di un "triangolo", delimitato a Nord dalla costa francese e monegasca, dalla costa ligure e toscana, a Sud dalla costa settentrionale sarda con l'Isola dell'Asinara, il Golfo omonimo e le Bocche di Bonifacio, a Ovest da una linea immaginaria fra Punta Escampobariou (Tolone) in Francia e Capo Falcone in Sardegna, a Est da un'altra linea fra Fosso Chiarone in Toscana e Capo Ferro in Sardegna.

Per il futuro successo del Parco è necessario, secondo il relatore, coinvolgere appieno tutte le Istituzioni interessate (Ambiente, Esteri, Pesca, Agricoltura, Trasporti) insieme a tutti gli utenti del mare che dovranno essere i protagonisti dello sviluppo sostenibile dell'area: i pescatori, le comunità locali, gli operatori economici, primi fra tutti quelli del settore turistico.

Recenti scoperte scientifiche hanno individuato, proprio nella zona delimitata, la nascita di una razza di balene autoctone. La stessa zona è ricchissima di krill, i minuscoli crostacei dei quali si nutrono le balene costituisce un habitat ideale per almeno 8 specie di cetacei: il capodoglio, la balenottera comune, vari tipi di delfini come il tursiope, la stenella striata, lo zifio e altri.

Il Parco rappresenta anche una straordinaria occasione per la  "Ricerca" ed una migliore conoscenza di questi animali ancora cosi' misteriosi e delle interazioni fra le svariate componenti di questo ecosistema pelagico.

Il mare non ha confini e la tutela dei cetacei in un'area cosi' vasta passa necessariamente attraverso uno sforzo comune internazionale. Occorre infatti rafforzare la sorveglianza e intensificare la lotta contro tutti i tipi di inquinamento.

La principale difficoltà deriva dal fatto che questo ambiente pelagico sorge quasi totalmente in acque internazionali, nelle quali è necessario far rispettare la normativa ed i meccanismi giuridici atti alla sua tutela e alla sua gestione. Basti citare, a titolo di esempio, l'uso imponente effettuato fino a poco tempo fa di mezzi di pesca non selettivi quali le "reti pelagiche derivanti" condotto in gran parte da flotte pescherecce estranee alla realtà economica locale. Non di rado le navi fattoria, giapponesi e coreane,  nelle loro campagne di pesca posavano reti lunghe anche 100 chilometri le quali, munite di sensori radio e laser, venivano lasciate alla deriva,  per poi essere salpate in tempi successivi,  con carico indiscriminato di prodotto e con  altrettanto immaginabile danno alla fauna e alla flora dell'ambiente.

Fra le molteplici opportunità che possono scaturire dalle risorse del Parco è stata evidenziata, come esempio, l'attività di Whale Watching che consente di andare ad osservare balene e delfini nel loro ambiente naturale. L'attività di Whale Watching può quindi rappresentare una grande opportunità di sviluppo economico per le popolazioni locali, tenuto conto che nel Mediterraneo è ancora quasi sconosciuta ma, a livello globale, negli ultimi anni, ha avuto una straordinaria crescita (circa il 15% all'anno).

 

 

Porto Torres, 24 maggio 2000