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Dott.
Sebastiano Ricci, già Responsabile del Corpo Forestale dello Stato per
l’Emilia Romagna D - 2070
Indice
Premesse
Ricerche
Politica
energetica
Sull’inquinamento
da idrocarburi: le alternative.
Rapporti
vegetazione inquinamento
Impianto
alberature e prevenzione incendi boschivi
Bibliografia
Elenco non esaustivo per
Il
problema del “verde” è di grande attualità e pone giornalmente di
fronte agli occhi di noi tutti la necessità di attuare strategie volte a
recuperare e conservare
l’equilibrio dell’ambiente. Questo anche in vista di un miglioramento
delle qualità di vita nelle nostre città, oggi sempre più coinvolte in
uno sviluppo impensabile dell’uso di motori a scoppio e di combustioni
varie.
L’inquinamento
atmosferico durante tutta la civiltà contadina è stato molto contenuto.
Esso era praticamente conseguente alla respirazione degli organismi
viventi ed agli incendi. L’Uomo cercò sempre di avvalersi delle forze
naturali, l’energia idrica ed eolica, per ottenere un valido supporto al
lavoro fornito dagli animali. Successivamente, con l’invenzione della
macchina a vapore (1828) e dei motori a scoppio (1877 e 1892 Diesel), si
diede inizio alla combustione degli idrocarburi (gassosi, liquidi e
solidi), incrementata poi dell’uso dei bruciatori quali fonte di energia
termica e/o elettrica per usi indonossido di carbonio, ossido di azoto,
che a contatto con l’ossigeno dell’aria si trasforma in biossido di
azoto, e da ioni di metalli pesanti quali: piombo, rame, ferro, manganese,
zinco, cadmio, mercurio, ecc. Inoltre si immettono nell’atmosfera
polveri di silice sollevate dalla strada dai vortici d’aria mossi dal
passaggio dei vettori gommati.
Vari
Autori hanno studiato l’inquinamento atmosferico da combustione di
idrocarburi esaminando foglie di alberature urbane. Le conclusioni degli
studi concordano sul fatto che le foglie raccolte dalle alberature in
fregio alle strade di grande traffico contengono, statisticamente, una
maggiore quantità di piombo rispetto alle foglie prelevate da ambienti
naturali e anche da parchi cittadini.
William
H. Smith (1972) ha studiato la concentrazione da piombo e mercurio nella
città di New Hawen nel Connecticut (USA) esaminando i rametti con le
foglie di: Quercus palustris, Acer saccharum, A.platanoides, Tsuga
canadensis, Taxus e Picea Abies. Per quanto attiene al mercurio è stata
notata una presenza lievemente superiore nelle piante radicate in città
rispetto a quelle di confronto provenienti da ambienti naturali.
L.M.
Hernandez e collaboratori, dall’ 01/02/85 al 31/01/86 hanno cercato la
presenza di piombo e cadmio a Madrid esaminando le foglie di oleandro (Nerium
oleander). Hanno notato che la concentrazione di cadmio è tanto bassa da
non poter rilevare eventuali variazioni.
Nicolas
D. Kim (dip. di chimica, Università di Waikato) e Jack E. Ferguson (dip.di
chimica, Università di Canterbury (Nuova Zelanda) (1994) hanno rilevato
che l’inquinamento da cadmio, rame, piombo e zinco decresce con lo
sviluppo fogliare per cui si ipotizza che i due metalli provengano dal
suolo. Lo zinco potrebbe anche derivare dalla galvanizzazione dei tetti in
ferro comuni in Nuova Zelanda. Per il cadmio non c’è
una chiara indicazione.
A.
Alfano e collaboratori (1996) hanno studiato la concentrazione di piombo,
rame, ferro e manganese esaminando le foglie di leccio (Quercus ilex) a
Napoli. Per il manganese le differenze fra le foglie raccolte in fregio
alle strade con traffico e quelle provenienti dai parchi cittadini sono
risultate insignificanti, pertanto il manganese non può essere
considerato intossicante a Napoli. Al contrario piombo, rame e ferro sono
risultati inquinanti. Le ricerche sulla contaminazione dei suoli sono
sconsigliabili per i minerali molto mobili e per quelli normalmente
presenti in percentuali elevate in quanto questi valori possono nascondere
gli accumuli di provenienza esterna.
L’amministrazione
Comunale di Parma, Agenzia Ambiente, oggi Assessorato, di concerto con
l’ARPA, il Servizio di Igiene Pubblica e la Tep, Azienda consortile di
trasporti, conduce da anni il monitoraggio degli inquinamenti atmosferici
ed ha pubblicato uno studio “Valutazioni preliminari della qualità
dell’aria, 1999” per programmare, sulla base delle ricerche, gli
interventi volti a contenere gli inquinamenti.
I
miglioramenti del parco macchine (rottamazione e Bollino Blu, nel 1997
sono stati controllati più di 70.000 veicoli) hanno portato ad una
modesta ma pur sempre apprezzabile riduzione di benzene e di biossido di
azoto. Intanto l’isola pedonale viene modificata per eliminare, o
ridurre, il traffico nei punti critici. Si cerca poi di ottimizzare la
circolazione mediante il riordino stradale e quello dei flussi dei mezzi
gommati anche per evitare l’inquinamento causato dal peggior
funzionamento dei motori a basso regime. Le giornate di chiusura al
traffico cittadino nel 1995 non hanno migliorato l’atmosfera e sono
state molto impegnative per l’Amministrazione. La metanizzazione ormai
totale nelle aree urbane ha ridotto la concentrazione di biossido di
zolfo, indicatore dell’inquinamento da riscaldamento, da un decimo a un
ventesimo dei valori di attenzione fissati dalla legge. Il Comune intende
attivare con la società Amps (acqua, elettricità e gas) un piano
energetico per diminuire l’inquinamento da sorgenti fisse anche con la
riduzione dei consumi. Tuttavia si osserva che dall’esame dei dati
raccolti emerge che la situazione a Parma se pur non allarmante, non è
scevra da punti critici. Una nuova ricerca riguardante l’esame delle
micropolveri disperse nell’aria coi fumi di scarico ha evidenziato la
presenza della frazione respirabile delle polveri sospese o particolato:
PM IO (=frazione inferiore a 10 microm). La normativa italiana definisce
un valore medio annuale di 40 microgrammi/m3 come obiettivo da
raggiungere e mantenere a partire dal 1° gennaio 1999.
Occorre
perciò proseguire i rilevamenti data la pericolosità che dette polveri
sospese rappresentano in associazione con il biossido di zolfo.
L’on.le
Alessandro Duce in un articolo “Petrolio: i segreti dentro il barile”
(Gazzetta di Parma, 5/10/2000), commentando la politica energetica
italiana, precisa che il 70% del prezzo della benzina è dovuto al carico
fiscale, conseguentemente il costo dei carburanti, troppo elevato, aumenta
la bolletta dell’energia delle famiglie, pregiudica lo sviluppo
economico e crea il pericolo inflazionistico. Informa che molti Paesi
europei hanno ridotto la dipendenza dagli idrocarburi per produrre energia
elettrica passando al nucleare, al carbone, all’energia idraulica.
La Francia
dal 45% è scesa all’1,5%; la Germania dal 25% è passata al 2% e il
Belgio dal 78% è diminuito al 15%, mentre l’Italia è andata contro
corrente e dal 60% è salita al 75%. Denuncia così la mancanza di una
seria politica energetica nazionale, l’ostilità nei confronti del
nucleare, del carbone e auspica la costruzione di centrali ad idrogeno
secondo le recenti proposte dell’ENEA. Premesso che in Germania
circolano già auto con motori ad idrogeno conclude: “L’Italia deve
accelerare la sostituzione della super con la benzina verde, l’uso del
gasolio bianco ed aprire la strada a fonti alternative possibili meno
inquinanti come l’idrogeno”.
L’impegno
del petrolio determina un inquinamento atmosferico la cui entità è in
funzione del grado di depurazione dei suoi derivati. Anche il carbon
fossile è pericoloso in particolare quando contiene zolfo; mentre per il
metano, idrocarburo leggero, i rischi sono minori. In ogni caso lo
sfruttamento degli idrocarburi determina sempre il rilascio di anidride
carbonica gas, tossico che provoca l’effetto serra. Ne consegue la
necessità di depurare all’origine, per quanto possibile, detti
carburanti o di trovare soluzioni alternative.
Intanto
l’U.E. vietando l’uso della benzina super dalla fine del 2001 elimina
la presenza del piombo dai gas di scarico delle auto.
Anche
l’uso del gasolio bianco dovrebbe ridurre l’emissione del particellato
che, invece, col gasolio comune supera da venti a trenta volte la quantità
prodotta dalle benzine.
Su
Quattroruote (ottobre 2000, pag.223) A. Alberti riferisce di una
esperienza condotta dalla rivista Ruoteclassiche. Una Citroën ID 19, del
1996, ha percorso 2200 Km utilizzando benzina verde con una resa di
10,6km/litro, praticamente senza inconvenienti. Precisa poi che in Francia
la vendita della super è cessata dal gennaio 2000. Purtroppo per i
carburatori delle vecchie FIAT occorrono costose modifiche.
Nel
quotidiano “Il Giornale” del 17/10/2000 (pag. 41) E. Benzing da
notizia che la BMW ha iniziato la produzione di una piccola serie di auto
con motore ad idrogeno che rilascia solo vapore acqueo. Il motore è
bivalente per superare le carenze distributive dell’idrogeno e può
utilizzare benzina desolfata ed alcool. La BMW assicura che entro 5 anni
tutte le sue filiali avranno il rifornimento ad idrogeno, il quale costa
L. 1089 al litro. Per il suo potere calorifico inferiore di 3,4 volte a
quello della benzina, la parità di resa sale a L. 3.700 il litro. Quindi,
per incentivare il progresso, i Governi non debbono tassare l’idrogeno e
attuare una proposta Shell. Con l’uno per cento della “tassa verde”
tedesca si potrebbero costruire 100 stazioni di servizio a idrogeno
l’anno incentivando la nuova auto ad inquinamento zero.
Sempre
da “Il Giornale” del 9/11/2000, pag. 16, una novità: energia
elettrica pulita da nuove turbine denominate “chirali” da installare
sul fondo dello stretto di Messina sfruttando le correnti marine in
analogia alla centrale elettrica da 15.000 megawat in costruzione sul
Fiume Azzurro. Le pale dell’elica (ing. P. Scarpa) hanno la forma simile
ad una clava, il principio fisico sfruttato è il doppio effetto MAGNUS
derivante dalla doppia rotazione sia delle pale su se stesse che di tutta
l’elica.
Il
progetto pilota – elaborato dal dipartimento di meccanica, energia ed
informatica dell’Università della Calabria – è all’esame degli
organi dello Stato e delle industrie del settore energetico. Tali turbine
hanno già dimostrato la loro potenzialità con alcuni esperimenti di
generatori eolici consentendo rendimenti fino a venti volte superiori ai
generatori tradizionali con vento decisamente debole, da 3 a 6 metri al
secondo. Considerato che i costi medi di produzione (L. 20,6 su 25 anni)
sono circa un terzo dei migliori costi ottenuti in Danimarca, Canada,
Australia e Svezia, non si può pensare d’impiantare altre turbine nello
stretto e progettarne ancora per il Po ed altri fiumi?
Un’altra
realizzazione: a Ferrara è in funzione il teleriscaldamento: parte della
città è servita da acqua riscaldata da una centrale a metano, l’altra
parte, invece, utilizza acqua calda attinta, con pozzi geotermici, a circa
1000 metri di profondità. L’acqua, esaurita la sua capacità termica,
viene reimmessa nel sottosuolo per prevenire fenomeni di subsidenza. Il
bilancio energetico fra il consumo del carburante, per scaldare acqua col
metano, e quello per prelevarla calda dal sottosuolo e reimmettervela,
dopo aver sfruttato il suo calore, fa ritenere che quest’ultimo sistema
consumi meno carburante. Quindi è meno inquinante. Certamente ciò è
vero quando l’energia elettrica, per far girare le pompe, sia prodotta
con turbine mosse dalle correnti marine o dei fiumi. Gl’impianti
ferraresi sono gestiti dalla società locale Agea.
Se
praticabili, queste soluzioni potrebbero ridurre o azzerare
l’inquinamento degli impianti fissi, la maggiore fonte di pericolo.
Nella
speranza che le proposte illustrate siano realizzate quanto prima sarà
bene intanto operare per contenere l’inquinamento da gas e dalla
porzione respirabile delle polveri sospese. Ora gli Autori delle ricerche
ricordate hanno usato foglie prelevate dalle alberature già presenti in
città e su queste foglie hanno accertato l’esistenza di inquinanti sia
su piante di conifere che di lafifoglie, a foglia caduca o sempreverde.
Dalla fisiologia vegetale sappiamo che la fotosintesi è attiva nei
tessuti verdi della pianta per tutto l’anno e nel periodo vegetativo,
giugno settembre, raggiunge l’intensità massima. Inoltre gli ioni dei
metalli pensanti depositatesi sulle foglie possono essere assorbiti da
queste secondo un meccanismo simile a quello delle cellule radicali. Gli
ioni dei metalli pesanti che, invece, raggiungono il suolo, attraverso la
linfa grezza e la fotosintesi, possono essere, in tutto o in parte,
assimilati dalle piante. Poi le specie arboree assorbono l’anidride
carbonica dall’atmosfera, depurandola e rilasciando ossigeno, per
produrre legname in ragione di circa 820 m3 di CO2
per m3 di legno accumulato. Trattasi di contenimenti
“attivi”, intracellulari o molecolari, promossi dalla fotosintesi
mentre lo schermo fisico costituito dalle foglie svolge un contenimento
“passivo”. Un terzo tipo di depurazione si ha attraverso i licheni
azotofissatori, presenti nelle piante, che fissano l’azoto presente
nell’aria. Al termine del loro ciclo vitale, o per altro motivo, detti
licheni cadono sul terreno e vengono riciclati dai detritivori, per cui
l’azoto viene assorbito dalle piante e ne determina lo sviluppo
vegetativo. E’ un’interazione: piante-licheni azotofissatori-atmosfera
che regola il tasso di azoto nell’aria e nel suolo.
Quindi
le conifere e le latifoglie sempreverdi compiono un accumulo “attivo e
passivo” degli inquinanti per tutto l’anno e sono perciò da
preferirsi alle specie caducifoglie. Altri caratteri da tenere presenti
riguardano l’aspetto delle chiome: vanno utilizzate le specie con chiome
compatte, piramidali, mentre le foglie possibilmente debbono essere
larghe, rugose, come quelle dell’oleandro. Anche se le piante dimostrano
una buone plasticità è bene che l’impiego preveda la scelta di specie
adatte all’ambiente in cui esse andranno poste. Perciò è opportuna la
progettazione da parte di dottori forestali anche per evitare le
mono-colture e individuare le specie più efficienti rispetto agli
inquinamenti. Per dare un’indicazione si può ricordare che tasso,
cipresso e thuya costituiscono un efficace filtro nei confronti
dell’anidride solforosa, mentre la Chamaecyparis pisilifera è adatta
per i floruri.
Ora
è noto che nel microclima cittadino si ha una concentrazione del biossido
di carbonio che porta all’effetto serra o cappa di calore; così nei
centri urbani la temperatura è in genere superiore di 0,5° - 1,5° C a
quella della campagna circostante. Il “verde” può ridurre l’entità
di questo inquinamento esercitando una funzione mitigatrice nei riguardi
del clima col produrre legname. Le piante attraverso la traspirazione
emettono durante l’estate vapore assorbendo calore. Tali effetti sono
stati ottenuti, ad esempio, a Francoforte, mediante la creazione di una
serie di fasce alberate concentriche.
Premesso
che i gas di scarico delle auto sono emessi a circa 30 cm dal piano
stradale, le cortine verdi debbono avere la base della chioma adiacente al
piano stradale formando un muro senza soluzione di continuità in senso
verticale ed orizzontale rispetto al suolo. Pertanto nei viali già
alberati occorrerà inserire fra la chioma ed il terreno una siepe di 2-3
metri di altezza, ed oltre, per filtrare l’aria che proviene dalla
strada. Per le nuove alberature si dovranno utilizzare piante con la
chioma immediatamente al di sopra delle
radici.
Queste
strutture verdi provvederanno efficacemente anche ad attutire
l’inquinamento acustico.
Le
quinte verdi vanno collocate in fregio alle vie cittadine con traffico
intenso, lungo i viali di scorrimento, le circonvallazioni e le autostrade
soprattutto nei pressi dei centri abitati.
In
una parola le città oltre a tutti gli altri servizi, hanno bisogno del
verde, necessario alla loro dinamica, quindi è tempo di costituire boschi
urbani, o meglio fasce boscate concentriche, organicamente inserite nei
tessuti cittadini. Trattasi di strutture ormai indispensabili che, oltre
alle funzioni citate, sono pure un valido aiuto al riequilibrio psichico e
fisico dei cittadini ricreando il loro ambiente atavico.
Si
deve inoltre considerare che l’Italia è ricca di montagne e, a
differenza di quanto avviene nelle estese pianure del Nord Europa dove i
venti spaziano, nelle nostre vallate l’aria ristagna come dimostrano le
frequenti e persistenti nebbie. Perciò quando il fön scende a sud deve
trovare sulle Alpi e gli Appennini tanta aria depurata dalle foreste con
la quale rimuove l’atmosfera inquinata delle nostre pianure e città.
Occorrono,
quindi, foreste efficienti come le conferenze internazionali da Helsinki
(1993) in poi, in ossequio al dettato di Rio de Janerio “ambiente e
sviluppo” (1992) propongono ai Governi con la gestione sostenibile delle
foreste.
Questa
necessità è stata, purtroppo, ancora una volta drammaticamente
evidenziata dalle alluvioni che nei mesi di ottobre e novembre hanno
interessato il bacino del Po e l’Italia centro settentrionale. Per il
riassetto idrogeologico dei bacini imbriferi italiani occorre anche che
gli ecosistemi degradati e fragili dei boschi cedui tornino ad essere
efficienti restaurandovi le foreste perché anch’esse agiscono sul ciclo
dell’acqua.
Il
dirado selettivo per restaurare l’alto fusto nei cedui è stato
inserito, su iniziativa rotariana, nel progetto predisposto dall’ENEA
per adempiere al trattato di Kyoto (1997) sugli equilibri climatici e
sottoscritto dal nostro Governo. Il progetto è stato approvato col
“Patto per l’Energia e l’Ambiente” dai ministeri dell’Ambiente
dell’Industria e della ricerca Scientifica (gli stessi che hanno
incaricato l’ENEA di elaborare il progetto) riuniti in conferenza nel
novembre 1998. I lavoro interessano 2milioni di ettari di cedui sui 3
stimati atti ai restauri delle foreste. Per il terzo milione le Regioni
potranno utilizzare i finanziamenti di “Agenda 2000” di prossima
promulgazione da parte dell’U.E.. Ciò darà pure un impulso
all’occupazione, ordinaria e professionale, in montagna. Il Governo, però,
non ha ancora disposto nessun finanziamento nonostante che le direttive di
Kyoto debbano essere attive entro il 2012.
Un’altra
preoccupazione è la facilità dello scoppio dei fuochi radenti terra
negli incolti adiacenti alle autostrade, superstrade ecc.., dal finire
dell’estate all’autunno inoltrato. Il fenomeno è complesso ed è
dovuto alle erbe annuali che, concluso il loro ciclo vitale, seccano
mentre il clima si fa temperato – fresco e le intermittenti piogge non
riescono a mantenere umide le stoppie degli incolti le quali possono
bruciare agevolmente. Si è del parere che, invece delle erbe annuali, una
fascia di piante sempreverdi perenni, esempio l’edera, larga qualche
metro, posta sulla scarpata a monte delle autostrade possa essere utile a
prevenire lo scoppio dei fuochi radenti terra. La biocenosi dell’edera
è più efficiente di quella delle erbe annuali. Intanto il lento rinnovo
delle foglie evita l’accumulo di sostanza secca, facilmente
incendiabile, in precisi momenti dell’anno e la continuità della
copertura del suolo ne conserva l’umidità. In questo modo la massa
vegetale, con i sui flussi di linfa, concorre a creare un ambiente ostico
ai fuochi radenti terra nel tempo prevenendo così lo scoppio di detti
fuochi. Sulle scarpate, poi, il tessuto vegetale previene l’erosione
idrica del terreno. Le spese d’impianto si valutano modeste come quelle
manutentorie limitate a saltuarie potature per contenere nella fascia le
piante mentre i vantaggi ecologico – paesaggistici dovrebbero essere più
che apprezzabili. Sarebbe, perciò, opportuno realizzare almeno una prova
per controllare la validità del progetto teorico.
Per
tutte queste ragioni anche le aree all’interno dei nodi autostradali
andrebbero sistemate con arbusti sempreverdi poliannuali eventualmente
integrate da qualche ciuffo di piante, anche di piccole dimensioni, per
ripristinare un ambiente naturale e accumulare inquinanti. Inoltre occorre
non trascurare che il verde costituisce, insieme all’edificato urbano ed
extraurbano, un indicatore del livello socio-culturale di una società che
dimostra sensibilità e capacità di legare armonicamente i nuovi
necessari manufatti all’ambiente naturale in cui sono posti.
Bibliografia
·
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Elettricità dalle onde dello Stretto
Il
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Duce A.
Petrolio, i segreti dentro il barile
Gazzetta
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·
Ricci S.
Una nuova
politica forestale per il restauro delle foreste nei boschi cedui:
ambiente e occupazione
·
Alberature:
Abete
bianco/Abies alba
Abete
rosso/Picea excelsa
Cipresso/Cupressus sempervirens
Tuia/Thuya occidentalis, T. Orientalis
Camaeciparis/Chamaecyparis pisilifera
Ginepro/Juniperus
sabina
Tsuga
canadensis
Tasso/Taxus
baccata
Leccio/Quercus
ilex
Leiandi
(ThuyaXCedro)
·
Siepi:
I
lauri
I
ligustri
Cistus
salvifolius
Oleandro/Nerium
oleander
Pittosphoro
Tobira
·
Fasce anticendio:
Edera/Hedera elixustriali e civili.
Detti impianti sono dotati di camini piuttosto alti, forniti, a loro
volta, di filtri di depurazione dei fumi come disposto da leggi
specifiche.
Con
la combustione degli idrocarburi si producono fumi contenenti: tracce di
carbonio solido incombusto, anidride carbonica, benzene, biossido di
zolfo, m
Parma,
24-11-2000 |